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[ Caserma "Diossina" - Giove 13 agosto 2010 ] di Leonardo Ferri

L'omertà, l'indifferenza, l'opportunismo sono mali di cui l'Italia è pregna e Giove ne serba un discreto carico.

Giusto ieri un paio di falò (uno in mattinata e l'altro nel tardo pomeriggio) sono stati accesi presso il cantiere della nuova Caserma dei Carabinieri a Giove. Caserma, che lo ricordiamo, per la sua costruzione la nostra amministrazione ha sacrificato un'ingente area della sempre più ridotta, bistrattata, abbandonata Zona Verde. Suddetti falò non servivano per scaldare le mani callose degli operosi uomini al lavoro sotto il cielo plumbeo di questa vigilia autunnale di Ferragosto, ma addirittura per smaltire criminosamente materiale plastico e legno di scarto!!! Eppure nessuna voce dalla strada si è levata contro i piromani quando la nube azzurrina e dolciastra è balzata al naso di tutti, danzando gaia sopra i tetti di Giove, facendo capolino alle finestre. Nessuna auto della Polizia Municipale è stata vista avvicinarsi ai roghi, nemmeno una pattuglia dei gendarmi di casa. Tanto meno qualche operaio comunale nauseato e inorridito si è avvicinato per sentirsi almeno mandare a quel paese. Per chi non lo sapesse, a dieci metri dal suddetto cantiere si trova la rimessa delle macchine del comune, della polizia municipale e la sede dell'associazione nazionale carabinieri! Ma la sorte ha voluto che nessuno abbia visto, sentito, odorato nulla!!! Beata ignoranza! Perché nessuno è andato a lamentarsi con chi in paese dovrebbe garantire, tutelare, sorvegliare la nostra salute e il rispetto delle leggi in materia di rifiuti e edilizia? Forse perché nessuno era in grado di "scagliare la prima pietra"? O è solo il caso di dire che in paese non sappiamo bene cosa il rilascio nell'atmosfera di diossina comporti (e il ricordo di Seveso è troppo lontano per aiutarci)... Allorché verso l'imbrunire mi sono armato di macchina fotografica per documentare l'accaduto. Non solo, (dopo un tedioso pellegrinaggio di telefonate) sono anche riuscito a contattare il comandante della Polizia Municipale, il quale ha promesso un sopralluogo per accertarsi dell'accaduto, ma ad oggi ancora la voce del paese tace a riguardo e di certo i vigili "non devono rendere conto a nessuno del loro intervento".

In calce gli scatti migliori.

E comunque che beffa per l'Arma dei Carabinieri: ti commettono un reato ambientale sotto casa e non sei lì per acciuffarli. Peccato, sarà per la prossima volta.


14 Agosto 2010 - 14:09

 

[ Buon appetito, e salverai la Terra ] di Leonardo Ferri

Niente carne, molta frutta. Poco formaggio, un po' di patate. Ok per il riso, ma piano con il pesce. Ogni volta che ci sediamo a tavola possiamo scegliere tra alimenti la cui produzione è più o meno nociva per il pianeta

(28 giugno 2010)

Sogliola fresca 3,3, aragosta 20, gambero surgelato 10. Non sono i prezzi all'etto di un mercato del pesce, ma i chili di CO2 emessi per ogni chilo di ciascun prodotto, calcolato per tutto il suo ciclo di vita, dalla pesca (o allevamento), al consumo e allo smaltimento. Che danno un'idea di quanto la nostra scelta possa avere un impatto sull'ambiente. Sono numeri, forniti dal Life Cycle Assessment Food Database del ministero della Pesca e dell'Agricoltura danese che i ricercatori del Barilla Center for Food & Nutrition (Bcfn) di Parma hanno messo insieme ai dati di tutte le ricerche pubbliche condotte negli ultimi anni sull'impatto ambientale dei diversi alimenti. I risultati - che saranno presentati a Milano al convegno "Alimentazione e ambiente: sano per te, sostenibile per il pianeta" (in live streaming sul sito del Bcfn: www.barillacfn.com) - non riguardano solo gli effetti stranoti della carne bovina, ma quelli della maggior parte dei cibi che si trovano nel nostro frigo e nelle nostre dispense. E ci dicono, per esempio, che tra scegliere gamberetti freschi e quelli surgelati c'è una differenza quantificabile in più di sette chili di gas serra.

Perché è ormai opinione condivisa tra gli esperti che si debba tenere in debito conto quanta CO2 consumiamo con i nostri pasti. E che si debba cominciare a considerare anche altre conseguenze ambientali, come, ad esempio, la quantità d'acqua necessaria alle produzioni. Ma questi parametri, di per sé, non sono sufficienti a orientare le scelte alimentari che, ovviamente, devono tener conto dell'impatto sulla salute dell'alimentazione. Per questo, i ricercatori del Bcfn sono andati oltre la raccolta e l'analisi delle informazioni a oggi disponibili sull'impronta ecologica: hanno annotato i prodotti dal più eco al più invasivo; confrontato l'impronta ecologica all'impronta della salute. E scritto una piramide molto simile alla piramide alimentare della dieta mediterranea, ma invertita.
Affiancando le due figure si osserva come i cibi che secondo le indicazioni internazionali dovremmo mangiare più spesso siano anche quelli con minor impatto ambientale. Senza però limitarsi a dire che frutta e verdura sono l'optimun e la carne è il diavolo. No, i ricercatori sono scesi nel dettaglio. E ci dicono, ad esempio, che per produrre un chilo di formaggio si emettono circa 9 chili di CO2 e servono 5 mila litri d'acqua. Una quantità equivalente di yogurt, invece, comporta un chilo di anidride carbonica e il consumo di mille litri di acqua. Un comportamento eco-friendly vorrebbe quindi che lo yogurt venisse consumato più frequentemente del formaggio. Proprio come consigliato dai nutrizionisti. La coincidenza esiste per la maggior parte delle categorie.

Per capire bene il senso della doppia piramide bisogna innanzitutto tenere conto che il prezzo che la Terra paga per sfamarci è calcolato sulla base di tre indicatori: la Carbon Footprint, che stima la quantità di CO2 equivalente emessa durante tutto il ciclo di vita di un alimento, la Water Footprint che calcola l'acqua consumata o inquinata (e della cui stima si occupa l'omonima organizzazione olandese non profit). E l'Ecological Footprint, che dà una misura di quanti ettari di terra sono necessari per rigenerare le risorse consumate e per assorbire i rifiuti prodotti: attualmente, secondo l'ultimo rapporto del Global Footprint Network, pubblicato lo scorso dicembre, stiamo "mangiando" le risorse di un pianeta grande 1,3 volte la Terra. Significa che per rigenerare quanto consumato in un anno occorrono circa 16 mesi. Tra i vari paesi, le impronte ecologiche più grandi sono quelle degli Emirati Arabi Uniti e degli Stati Uniti. L'Italia è in ventiquattresima posizione, ma le dimensioni del terreno consumato in un anno da ciascuno di noi sono di tutto rispetto: equivalgono a circa sei campi da calcio.
La piramide ambientale tiene conto però solo dell'Ecological Footprint. Per due motivi: è il più completo (considera anche la CO2) ed è facile da visualizzare. Va detto, inoltre, che per molti alimenti non esistono al momento dati sul consumo di acqua. Per le diverse specie di pesce, crostacei e molluschi allevati in acquacoltura, per esempio, la stima risulta troppo complicata, dovendo considerare il ricambio delle vasche e tutta l'acqua utilizzata nel ciclo di vita del mangime. Ancora più complicato stimare quanta ne consuma l'industria della pesca, visto che non è chiaro neanche su cosa raccogliere dati. E anche i numeri forniti dalla Carbon Footprint sono parziali, perché i dati disponibili non tengono conto dei mix energetici dei vari paesi: noi sfruttiamo soprattutto gas, la Svezia l'idroelettrico, la Germania il carbone, ad esempio. Per questo, l'impronta della CO2 non solo è un indice che potrebbe variare molto a seconda di dove l'alimento è prodotto, ma non dà ragione dell'impatto di quelle nazioni come la Francia che utilizzano soprattutto l'energia nucleare.

I ricercatori si aspettano che nei prossimi due anni ci saranno il doppio dei dati disponibili oggi. I numeri potranno cambiare, dicono, ma i rapporti resteranno gli stessi. Per questo la piramide è a fasce e non riporta valori puntuali. Le patate, per cui ora è stimata un'impronta ecologica media di sette metri quadrati, compresa la cottura, potranno alzarsi o abbassarsi di un livello, ma non andranno mai oltre il formaggio, che ne occupa 75.
Per ciascuna classe di alimenti è stato considerato tutto il range di dati pubblici disponibili e sono stati riportati i valori massimi, minimi e medi. Si è così visto, per esempio, che la carne avicola ha un'impronta ecologica di 46 metri quadri. La cifra abbastanza vicina a quelle della carne suina, mentre si sale vertiginosamente con la carne bovina, dove si ha una media di 105 metri quadri. E, sull'impatto ambientale complessivo, il taglio della carne incide non poco: per produrre il filetto si emettono 68 chili di CO2, per la bistecca 42.
Il pescato in generale ha un'impronta ecologica di 70 metri quadri, ma con forti differenze all'interno della categoria. Le più virtuose sono le cozze (40 grammi di anidride carbonica per chilo di prodotto), mentre il massimo si tocca con l'aragosta (20 chili). La frutta è indiscutibilmente l'alimento più ecologico, anche rispetto alla verdura: si utilizzano meno fertilizzati, la raccolta non distrugge la pianta e la resa in tavola è maggiore. Il dato del Global Fooptrint Network riferito all'Italia indica un'impronta di 5-6 metri quadrati, con pochissime differenze tra i diversi frutti. Differenze che esistono tra gli ortaggi coltivati in serra o nei campi. Se si scelgono le colture di stagione, l'impatto è misurabile in tre metri quadri, (anche meno della frutta) mentre quelli in serra lasciano un'impronta grande il triplo. La differenza è ancora più marcata se si guarda alle emissioni: 250 grammi di CO2 contro quattro chili. Anche in questo caso, i consigli dei nutrizionisti sono in linea con quelli di chi si occupa di ambiente.
Infine, per biscotti e torte, per cui non vi sono dati, i ricercatori hanno scelto una ricetta e sommato l'impatto ambientale di ciascun ingrediente. Il risultato indica un'impronta di 30 metri quadri per chilo di dolci secchi. Concludiamo la spesa con il vino: 19 metri quadri in media.

E manca ancora il costo ambientale del trasporto di ciò che portiamo in tavola. Qui i conti si complicano perché il peso ecologico varia da un alimento a un altro, e da un tipo di spedizione a un'altra. Per esempio, le operazioni di trasporto della pasta di semola sono rilevanti sull'impatto complessivo solo se fatti in aereo, mentre sulla frutta il trasporto via camion per oltre 500 chilometri influisce sulle emissioni di gas serra per oltre il 20 per cento.
"L'agricoltura, l'uso del suolo e la deforestazione e il trasporto influiscono pesantemente sui cambiamenti climatici: rispettivamente per il 14, 17 e 13 per cento", commenta Barbara Buchner, direttrice del Climate Policy Initiative di Venezia: "L'incidenza sulle emissioni di gas serra dei fattori legati all'alimentazione sono oggetto di studi approfonditi già da una decina di anni, ma il messaggio è cominciato a passare alla popolazione solo negli ultimi due. Ora si cerca di capire quale sia l'esatta influenza di ciascuna filiera produttiva e come ridurre il consumo di acqua e l'impronta ecologica. La qualità della ricerca è ottima, ma siamo solo all'inizio e questo è il primo tentativo di tradurla in un'indicazione utile per il cittadino. L'idea è quella di applicarla globalmente a tutti i prodotti, e di ottenere le stime dell'impatto di ciascun alimento a seconda del paese di produzione".

Intanto, stando ai dati disponibili, ci basti sapere che l'assunzione di 100 calorie con la dieta nordamericana supera di circa il 58 per cento l'impronta della stessa quantità di calorie assimilate con la dieta mediterranea. "All'interno delle grandi categorie presentate ci sono differenze sostanziali", spiega Camillo Ricordi, dell'Istituto di Ricerca sul Diabete presso la Scuola di Medicina dell'Università di Miami: "Ma non vogliamo proporre livelli di dettaglio incomprensibili per i consumatori. E non ci si aspetta certo che i nutrizionisti modifichino le line guida per aiutare il pianeta. Quello che si cerca di sottolineare è che, all'interno di indicazioni nutrizionali definite, ci sono delle scelte che possono influire in maniera molto diversa sull'ambiente e su larga parte della popolazione mondiale. Il fatto che due terzi dei cereali prodotti al mondo vengano utilizzati per nutrire bestiame d'allevamento dovrebbe far pensare".

 

Fonte: L'espresso


Aggiornata alle 16:59 da: Leonardo Ferri


10 Agosto 2010 - 16:55

 

[ Corsi GRATUITI di SHAOLIN KUNG FU e TAI CHI CHUAN ] di Leonardo Ferri

L'Associazione Culturale PER GIOVE presenta:

 

a GIOVE Corsi estivi GRATUITI per uomini e donne di tutte le età, OGNI DOMENICA mattina presso la ZONA VERDE, nel mese di AGOSTO 2010

 

 

Tecniche di respirazione...

Esercizi per la coordinazione...

Benessere fisico e mentale...

Agilità, armonia, stabilità...

 


10,30 - 11,30 TAI CHI CHUAN

11,30 - 12,30 SHAOLIN KUNG FU


22 Luglio 2010 - 14:10

 

[ Boom di autostop via internet. Dilagano le community di passeggeri e conducenti ] di Leonardo Ferri

Alla base della tendenza anche il rispetto dell'ambiente, producendo meno inquinamento, come rimedio alla solitudine di chi viaggia da solo in auto

Roma, 5 lug. (Adnkronos) - Dilaga in clima estivo il boom dell'autostop via internet, cliccatissimi i siti che mettono in contatto "autisti" e "passeggeri". Un nuovo servizio per chi vuole risparmiare in tempi di crisi economica, per gli amanti dell'avventura e per chi desidera fare nuove amicizie e viaggiare in compagnia.

Sembrerebbe un modo facile per trovare compagni di viaggio, fare nuove amicizie e risparmiare. Resta un interrogativo: l'autostop virtuale riproduce gli stessi profili di sicurezza del fenomeno reale o è più sicuro di quello su strada? Secondo quanto Alberto Abruzzese, sociologo della comunicazione, riferisce all'ADNKRONOS, "l'autostop è un esempio di solidarietà ma anche di rischi, come dimostra il cinema che ha lavorato su figure come quella dello sconosciuto. Quindi il fenomeno si può ripresentare sulla rete con le stesse caratteristiche. Rispetto alla strada però la rete offre anche un sistema di filtro in più, in quanto in rete si può attuare un controllo che altrimenti sarebbe impossibile nell'autostop su strada, caratterizzato, invece dall'impatto momentaneo, dall'imprevisto e dall'improvviso".

Non solo un servizio, quindi, secondo Abruzzese, l'autostop online potrebbe rappresentare "una nuova forma di socializzazione, di solidarietà e di ottimizzazione dei costi, che dimostra come la rete stia assorbendo progressivamente funzioni e relazioni della vita reale".Tra alcuni siti che ospitano le community dei viaggiatori/internauti, i portali Autostop.it e RoadSharing.com, che rappresentano un punto di riferimento per tutti quelli che, per vacanza o necessità, hanno bisogno di un passaggio in auto, e desiderano fare un viaggio low cost, risparmiando o addirittura viaggiando gratis se l'offerente è particolarmente generoso.

Il funzionamento di questi siti è semplice: basta iscriversi sul sito (a volte con il sistema di navigazione satellitare Google Maps integrato) e specificare se si sta offrendo o cercando un passaggio. Nel primo caso, si indica il tragitto occasionale o giornaliero che si percorre, lasciando a disposizione i propri dati e preferenze; nel secondo caso, invece, si inserisce il proprio annuncio come autostoppista che cerca chi lo conduca per un lungo viaggio.Il sistema online di road sharing non è pensato solo per i viaggiatori ma può essere utile per i pendolari, per andare ogni giorno a lavoro. Alla base della community, anche il rispetto dell'ambiente, producendo meno inquinamento, come rimedio alla solitudine di chi viaggia da solo in auto.

Un servizio per coloro che per motivi di lavoro, di studio o altro, si spostano in continuazione soli in auto, spesso anche più di una volta nella settimana. Sarà poi il database del sito ad occuparsi di incrociare domanda ed offerta, mettendo in contatto le due parti che si accorderanno, poi, in maniera autonoma.

 

Fonte: Adnkronos


Aggiornata alle 15:04 da: Leonardo Ferri


5 Luglio 2010 - 14:50

 

[ Vittoria per le balene ] di Leonardo Ferri

Cari amici,

Ce l'abbiamo fatta! La proposta di legalizzare l'uccisione delle balene è affondata clamorosamente in Marocco – e la nostra campagna è stata di aiuto per spostare l'ago della bilancia.

In pochissime settimane, abbiamo costruito la più grande petizione per salvare le balene nella storia, firmata da uno straordinario 1.2 milione di noi in tutto il mondo e consegnato direttamente ad importanti delegati al meeting della Commissione Internazionale per la Caccia alle Balene. Alla fine, il divieto di caccia alle balene in vigore da 24 anni è stato appoggiato.

La lobby in favore della caccia alle balene ha tentato di usare favori politici per strappare un cosiddetto "compromesso" che stabilisse una quota per cacciare le balene, ma man mano che la tensione cresceva nei colloqui a porte chiuse, la nostra massiccia petizione è diventata una top story nelle notizie dal mondo della BBC, abbiamo lavorato con negoziatori amici ed altri partner per fare pressione dove era maggiormente necessaria e veicolare una maggiore attenzione globale.

Il Ministro dell'Ambiente australiano Peter Garrett ha ricevuto la nostra petizione per governi propensi a votare in favore alla presenza dei media mondiali ed a detto "Grazie mille Avaaz. È un grande piacere essere qui ed accettare questa petizione... Credo che le voci della gente in tutto il mondo debbano essre ascoltate. Io le ascoltero di certo oggi. "

La delegazione degli USA ci ha salutato dicendo: "Avaaz! abbiamo visto il vostro manifesto all'aereoporto!" ed i delegati sono stati colti mentre discutevano animatamente del gigantesco contatore in tempo reale della petizione collocato all'esterno del meeting visto che aveva superato abbondantemente il milione di firme.

Dopo il meeting, un negoziatore europeo ci ha detto: "Siamo riusciti a mantenere il bando al proprio posto...Avevo cercato la petizione online. Sono rimasto molto impressionato dalla velocità alla quale crescevano i numeri e di vedere persone firmare da ogni angolo del mondo."

Questa è un'importante vittoria per le balene – e per il potere dei cittadini di tutto il mondo – insieme abbiamo dimostrato che le decisioni internazionali possono essere modificate con un piccolo sforzo al momento giusto da parte di molte persone in ogni parte del mondo.

Ma vincere questa battaglia non garantisce ancora la salvezza delle balene – la flotta "scientifica" di baleniere del Giappone continua a salpare dal porto attraverso le scappatoie sfuggite alla IWC per uccidere centinaia di balene.

Per vincere definitivamente, dobbiamo continuare la campagna per rafforzare e riformare la Commissione per la Caccia alle Balene e per mobilitarci in nazioni favorevoli alla caccia come il Giappone – dove il Consiglio dei Ministri conosce Avaaz e abbiamo cambiato la politica ambientale in passato.

Possiamo farlo se abbastanza di noi contribuiscono con una piccola somma settimanale. Abbiamo raggiunto 6.000 donatori regolari – se arriviamo a 10.000 possiamo iniziare a finanziare la campagna in Giappone ed altre importanti nazioni adesso. Clicca qui per diventare un sostenitore di Avaaz e far in modo che avvenga:

https://secure.avaaz.org/it/whales_reportback_6/?vl

Nell'arco della sua breve vita, il nostro movimento è esploso grazie ad una semplice idea democratica: che il potere della gente può affermarsi e vincere contro potenti interessi particolari. Che si tratti di difendere le balene, contrastare la corruzione, sostenere movimenti democratici autentici o combattere per un trattato globale sul clima, ci stiamo aggregando per colmare la lacuna tra il mondo che abbiamo e quello che vogliamo.

Adesso, se abbastanza di noi contribuiranno con una piccola somma in favore di campagne auto-finanziate dai membri Avaaz, avremo la forza di ottenere molte altre vittorie. Clicca qui adesso per donare:

https://secure.avaaz.org/it/whales_reportback_6/?vl

Con speranza,

Ricken, Alice, Paul, Mia, Ben, Luis, David, Graziela, Milena e l'intero team Avaaz



CHI SIAMO
Avaaz.org è un'organizzazione no-profit e indipendente con 5,5 milioni di membri di tutto il mondo, che lavora con campagne di sensibilizzazione in modo che le opinioni e i valori dei popoli del mondo abbiano un impatto sulle decisioni globali. (Avaaz significa "voce" in molte lingue.) Avaaz non riceve fondi da governi o aziende ed è composta da un team internazionale di persone sparse tra Londra, Rio de Janeiro, New York, Parigi, Washington e Ginevra. +1 888 922 8229

Clicca qui per avere maggiori informazioni sulle nostre campagne.

Non dimenticare di andare a vedere le nostre pagine: Facebook, Myspace e Bebo.

 

Ricken Patel - Avaaz.org


Aggiornata alle 15:04 da: Leonardo Ferri


5 Luglio 2010 - 10:44

 

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